l'Adattamento Teatrale di Marco V. Pogliaghi

 

LA "FORMULA TEATRALE"

Bastiano (interpretato dal piccolo Barret Oliver) legge il libro "La Storia Infinita" nel film di Wolfgang Petersen del 1984Per l'adattamento teatrale Marco V. Pogliaghi ha personalmente ottenuto dagli eredi di Michael Ende l'autorizzazione ad effettuarne una trascrizione purché fosse rispettata in-toto la volontà dell'Autore del romanzo. Impresa non facile dato che quando uscì il film nel 1984 Michael Ende non ne fu per niente soddisfatto al punto da intraprendere una causa contro il regista e costringerlo a rimuovere il proprio nome dai titoli di coda (ndr nome che peraltro non appare, anche se nelle riedizioni digitali è stato messo in piccolo tra i cosiddetti "credits").

La sfida era dunque realizzare un adattamento teatrale mai tentato prima che rispondesse egregiamente sia alle necessità sceniche, quindi a tutta una serie di "meccanismi" tipici del teatro, sia - e soprattutto - ai significati dell'opera letteraria.

Nella prima metà del racconto, dal momento in cui Bastiano afferra il libro e fino al punto in cui incontra l’Imperatrice, (quindi circa a metà del romanzo e praticamente alla fine del film), Bastiano è poco più che immobile nella soffitta della scuola e legge il fatidico libro. La trasposizione teatrale è fin qui è relativamente semplice perché si possono sfruttare tutti quei meccanismi che contrappongono la realtà (la soffitta) con la scena fantastica che Bastiano sta leggendo e creando. E' sufficiente che egli interrompa la lettura, anche solo perché spaventato dagli avvenimenti sotto ai propri occhi oppure perché distratto dalla campanella della scuola o dal campanile della vicina chiesa, perché il Regno di Fantàsia cessi immediatamente di esistere nel reale narrativo, facilitando ed anzi provocando qualsiasi cambio scenico si voglia rappresentare.

Il vero regista dello spettacolo - almeno per il primo atto - è il ragazzino che interpreta Bastiano. Infatti è lui a decidere quando e come la scena deve interrompersi. A lui tocca scegliere quanto tempo impiegare per accendere le candele che servono ad illuminarlo, a lui spetta scegliere quando risvegliarsi dopo la scena di Ygramul...

Nella seconda parte del racconto (quella per intenderci mai raccontata prima d'ora dagli sceneggiatori cinematografici), Bastiano non è più un personaggio immobile, ma diviene il protagonista delle storie da lui stesso inventate passo passo.

E' proprio lui a determinare con i propri desideri la dimensione spaziale e temporale degli ambienti visitati ed il Regno di Fantàsia - relativamente grande nel primo atto - assume nel seguito proporzioni sempre più sofisticate e sconfinate ed ovviamente difficili da rappresentare scenicamente su un palco.

Ingresso dei combattenti al Teatro Sociale di Mantova nella scena della "Battaglia della Torre d'Avorio" (foto: La Zoiosa)Si pensi per un momento al Deserto di Goab, vigilato dalla Morte Multicolore Graograman ed all'intricato bosco notturno di Perelun che con esso si alterna giorno e notte, oppure al Torneo di Amarganta per la selezione dell'eroe che dovrà andare alla ricerca di Bastiano, o ancora la Biblioteca di Amarganta, la terribile Battaglia tra gli eserciti di Atreyu e Bastiano per la conquista della Torre d'Avorio.

Fortunatamente alcune scene erano più "semplici" di altre perché già previste dall'Autore del romanzo in forma e dimensione pressoché teatrale. Non dimentichiamo che Michael Ende è stato anche un importante sceneggiatore teatrale, ma per alcune soluzioni è stato necessario ricorrere alla fantasia ed inventarsi qualcosa che Ende molto probabilmente non aveva previsto.

  • Uyulala l'Oracolo Meridionale
    non è altro che una voce fuori scena che rimbalza continuamente i propri moniti e le proprie risposte ed è stato abbastanza semplice rappresentarla sia da un punto di vista musicale sia vocale, utilizzando un canto sonoro in sottofondo che ben si adatta alla poesia pura della scena. La voce di Amelia Rossini (ndr gentilmente concessa per la registrazione della traccia audio), anche se modificata al computer per aumentarne il senso di spazialità, rende perfettamente l'idea del dramma vissuto da Uyulala e della coscienza collettiva del racconto che racchiude la soluzione all'enigma che è il leitmotiv di tutto il primo atto: "chi può salvare l'Infanta Imperatrice?";
  • Le Acque della Vita
    che nel romanzo dialogano con i protagonisti mediante trasmissione del pensiero, hanno invece richiesto un lavoro più accurato sfociato nella stesura da parte di Marco V. Pogliaghi di alcuni versi in poesia del tutto originali, in rime alternate, che hanno però reso l'intera scena carica di pathos e decisamente sensazionale per gli spettatori.

Nei lunghissimi ed approfonditi incontri tra scenografo ed autore dell'adattamento teatrale (alcuni dei quali si concludevano anche alle tre di notte), emerse immediatamente la necessità di realizzare un piano scenico che come non mai fondesse indissolubilmente la parte recitativa degli interpreti alla parte tecnica (musica, luce e scenografia), in previsione della realizzazione di alcune scene sincronizzate al centesimo di secondo.

La già accennata scena del "Dragonflight", il volo del drago, consta ad esempio di un numero di battute che devono essere recitate rigorosamente in cinquantasette secondi senza possibilità di errori o dinamica di ritardo. Un secondo appena e tutta la resa spettacolare della successiva proiezione animata del volo e della musica rischia di essere irreparabilmente compromessa.

Stessa sorte o gloria spetta alla difficile scena madre dell'incontro tra Atreyu e l'Infanta Imperatrice. Al momento della restituzione dell'Auryn, l'attrice che la interpreta ha un ristretto margine di errore per gestirsi le proprie battute poiché per dare un risultato scenico più struggente le musiche introducono un dialogo strumentale tra chitarra classica ed effetti di voce il cui culmine è proprio l'attimo in cui il gioiello viene riconsegnato.

Qui interviene l'attenzione e la grande capacità recitativa dell'interprete che di volta in volta si è trovato a recitarne la parte.

 

LE TEMATICHE

Al lettore attento (del libro ovviamente), non possono essere sfuggite le tematiche principali e portanti del romanzo. Ebbene, è stato necessario, o meglio ancora, indispensabile introdurre queste importantissime tematiche anche nel contesto narrativo teatrale.

  • LA VERA AMICIZIA
    E’ il fondamento del romanzo e tematica trainante di quasi tutti gli scritti di Michael Ende. In questo racconto è quella che nasce tra Bastiano e Atreyu e che, al di sopra di ogni imprevedibile vicissitudine ed incomprensione, resta inossidabile. Bastiano è un ragazzino solo, senza amici, la cui trama familiare è sfilacciata dall’apatia e dal dolore profondo di una grave perdita. Egli è in cerca di un amico con cui parlare, con cui - e per cui - ridere, piangere, sognare… e trova tutto questo nelle pagine di un libro. Un libro che, oltre a regalargli universi di nuove sensazioni, gli fa un dono ancora più imponente: una vera amicizia, quella per Atreyu.
    E’ questi un ragazzo semplice che vive di espedienti poiché appartiene a quella genia di cacciatori Pelleverde che crede nei segnali della natura e confida in essa per sopravvivere. Non sa leggere le parole, ma le impronte quindi è attento e vigile e sa valutare il pericolo sia quando questo si palesa in forma di creatura ostile sia quando si tratta di distinguere tra i veri ed i falsi amici. Come ci indica Ende, Atreyu significa “figlio di tutti” poiché egli ha perduto i genitori durante una battuta di caccia al Bufalo Purpureo ed è quindi stato adottato da tutta la sua gente. Nel suo stesso nome ha insiti i significati veri e propri dell’amicizia profonda: il rispetto e la fratellanza. Il “figlio di tutti” è colui cui puoi affidare la tua stessa vita, poiché avrà sempre un credito illimitato nel tuo cuore, nel cuore di ogni essere umano che incontra;

  • L’AMORE
    Essenza stessa della vita è catalizzata da tre personaggi:
    Graograman, la Morte Multicolore, che arriva a rinunciare alla presenza seppure piacevole di Bastiano perché questo può fare del bene a lui e consentire il proseguimento della storia. Dimostra che talvolta l’amore chiama a gran voce a rinunciare ai propri piccoli egoismi in favore di un progetto più grande, per il bene comune;
    Donna Aiuola, avatar stesso dell’amore, dalle cui parole emerge la necessità di porre la propria vita nelle mani di chi crede in te, di chi te l’ha donata, ovverosia i tuoi genitori. Affiora dalle sue parole anche il profondo rispetto per la vita stessa in qualsiasi forma, soprattutto quelle più fragili e delicate, come i bambini;
    l'antieroico Papà di Bastiano, ultimo ma non ultimo, è un personaggio presente fin dalle prime battute come negazione dell’amore, ma presenterà il conto della propria indifferenza attraverso la conversione e la comprensione dei propri sentimenti verso il figlio.
    Quando è da Coriandoli infatti, Bastiano afferma che dalla morte della madre il padre non ha fatto altro che ignorarlo e dedicare il proprio tempo agli estranei – i suoi pazienti – incurante della profonda crisi affettiva del figlio. Quante volte nella realtà quotidiana viviamo o siamo a conoscenza di famiglie che vivono in queste condizioni? La sofferenza è dunque il collante dell’amore? O forse l’amore è un cristallo attraverso il quale è impossibile non scorgere la sofferenza?
    Bastiano decide unilateralmente che non c’è più speranza, che suo padre non proverà mai più amore verso di lui, ma scopre di essere in errore poiché non immagina che «… solo la paura di manifestare i suoi sentimenti lo ha tenuto lontano…».
    Sarà dunque chiamato da “La Storia Infinita” a dare a se stesso ed al proprio padre un’altra possibilità. Ecco allora che l’abbraccio finale tra i due esaudisce ed esaurisce quel desiderio d’amore incondizionato cui tanto anela il piccolo Bastiano e che è sacrosanto diritto di tutti i bambini… mi correggo, è sacrosanto diritto di tutti;

  • LA FEDE
    Forza motrice nella vita di Michael Ende, profondamente cattolico, è presente nei luoghi e nei personaggi del romanzo. Egli traspone questa sua fede in Dio nelle voci eteree, irraggiungibili di Uyulala, l’Oracolo Meridionale, dell’Auryn e nelle Acque della Vita.
    Per rappresentare questa fede mi sono preso due licenze poetiche: la prima nel monologo iniziale del “Nuovo Bastiano” quando egli suggerisce a sé stesso che “… tutti i più grandi uomini della storia hanno attraversato a piedi un deserto: Gesù, Mosé, Lawrence d’Arabia… ”. Non sono parole di Ende rinvenibili nel romanzo, ma nell’adattamento teatrale occorreva qualcosa che desse un segnale di questa fede incrollabile dell'autore.
    Auryn, simbolo che rappresenta sincreticamente l’infinito e la cui origine si colloca nel serpente Ouroboros, segno già noto agli antichi Egizi che vi identificavano il cammino della Ka (l’anima) verso gli astri per l’incontro con gli dèi. Narrato nel racconto omonimo di Eric Rucker Eddison, l’Ouroboros (dal greco oura=coda e boros=divorante), costituisce simbolo stesso di Dio in quanto lo accosta al tempo infinito che con il Creatore ha avuto origine e che non avrà mai fine. La forma circolare poi è accento sulla genialità dell’Universo e sulla sua divinità: il cosmo infinito racchiude in sé tutte le opere di Dio, l’Auryn è quindi il suo onnipotente occhio.
    Le “Acque della Vita”, portale tra la realtà e la fantasia, ricorrono in altre storie più recenti. Una per tutte “Dune” di Frank Herbert, nella quale vi è anche il tema del deserto come luogo di purificazione e di perigeo con la divinità suprema (i Fremen adorano Shai-Hulud, il verme delle sabbie, che è proprio il Creatore delle Acque della Vita).
    Ne “La Storia Infinita”, l’incontro di Bastiano con le Acque della Vita avviene al momento in cui egli rinuncia definitivamente a tutti i doni materiali ricevuti in Fantàsia e si riconcilia con se stesso e con i suoi veri amici. La fede tracima dall’intera scena poiché la sua origine è chiaramente ispirata al libro dell’Apocalisse di San Giovanni che Michael Ende conosceva molto bene. Ne ho riportato una parte che si commenta da sola: “Davanti al trono e davanti all’Agnello stanno in piedi (…) coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione (…) non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi” (Ap 7, 16-17);

  • L’INVITO ALLA LETTURA
    In questo, lasciatemelo dire, hanno fallito tutti i progetti cinematografici nel senso che alla fine, a parte un piccolissimo accenno nel primo film, l’invito alla lettura è scomparso completamente dai sequels. Così come sono scomparsi molti altri canoni voluti da Ende nel romanzo. Spero, in cuor mio, di aver reso la pariglia a questo invito alla lettura proprio grazie alle ultime battute dell’adattamento teatrale che invece fa venir voglia agli spettatori che non leggono di affrettarsi a tornare a casa e mettersi in poltrona con in mano un bel libro.
    Magari proprio "La Storia Infinita di Michael Ende".

Molte altre tematiche sono affrontate e tenute in considerazione tanto nel racconto quanto nell'adattamento teatrale... 

 

“… ma questa è un'altra storia
e la si dovrà raccontare un'altra volta”.